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La truffa della barriera arborea antismog. Rinviate a giudizio le ultime ruote del carro PDF Stampa E-mail
Mercoledì 12 Marzo 2014 14:49
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03Siracusa. Truffa ai danni del Comune è il reato che secondo la Procura del Tribunale di Siracusa si è consumato in merito alla vicenda della barriera arborea antismog, la fitta e alta vegetazione arborea che nel 2009 doveva essere messa a dimora a nord della città e per la quale Natura Sicula denunciò da subito che il progetto, nei termini in cui era stato redatto, sarebbe stato agronomicamente utopistico. Per la sua realizzazione, l’amministrazione comunale spese oltre mezzo milione di euro. Fin qui tutto come previsto, visto che i soldi furono spesi fino all’ultimo centesimo e che nessun siracusano si è mai accorto della presenza di una barriera arborea efficace contro le polveri inquinanti del polo industriale.
La vera notizia, invece, quella che nessun comune mortale si aspettava, è venuta fuori nel corso dell’udienza preliminare del 14 febbraio scorso. Il Giudice per le Indagini Preliminari Vincenzo Panebianco, ha ritenuto di dover rinviare a giudizio solo le ultime ruote del carro, ovvero i titolari dell’impresa di giardinaggio che ha eseguito i lavori. Si tratta di Camillo e Giuseppe Navarra, rispettivamente padre e figlio, entrambi palermitani, assistiti dall’avvocato Pietro Rigisi. Ai sigg. Navarra è stato contestato:

-    di aver realizzato principalmente opere di bonifica (il 52,6 % dell’intera somma a disposizione) rispetto alla creazione della barriera arborea (12,2%), per il quale il progetto era stato autorizzato nell’ambito del Piano di Risanamento Ambientale;
-    di aver messo a dimora soprattutto ulivi, specie non idonea e non prevista dalla relazione tecnica;
-    di aver piantato solo un terzo delle piante previste nel progetto di variante (2600 su 7500);
-    di non aver eseguito le opere di irrigazione e le altre cure agronomiche necessarie all’attecchimento e alla crescita delle piante;
-    di aver speso molto di più per smaltire da S. Panagia la stessa quantità di rifiuti prelevata a Targia (6 t di rifiuti, 240.000 euro per S. Panagia, 97.000 per Targia);
-    di aver lasciato a S. Panagia, malgrado l’opera di bonifica, cumuli di inerti frammisti a materiale contenente amianto;
-    di aver speso 127.000 euro per rimuovere e smaltire in discarica il pietrame dell’area di Targia, senza che il lavoro fosse previsto nel progetto o supportato da parere tecnico, e malgrado la legge (art. 185 Decreto Lgs 152/06) non assimili il pietrame al rifiuto in quanto non è prodotto di attività di scavo:
-    di aver speso 40.000 euro per la bonifica da inerti e ingombrati dell’area di Targia, mentre i formulari per il trasporto parlano solo del pietrame di cui sopra;
-    di aver realizzato un muro di recinzione con base in calcestruzzo in assenza di autorizzazione.
La domanda che ogni normale cittadino si pone è come sia stato possibile compiere tutte queste inadempienze senza che nessun responsabile del progetto se ne accorga o imponga il rispetto dei termini contrattuali. Partendo dall’ultima ruota del carro, cioè dai titolari dell’impresa di giardinaggio, molte altre figure sono state coinvolte nel progetto, ognuno con una specifica responsabilità o incarico di controllo: dal Progettista nonché Consulente al verde Francesco Cassia al Responsabile Unico del Procedimento Emanuele Fortunato, dal Direttore dei Lavori nonché Coordinatore della Sicurezza Andrea Aliffi all’Assessore comunale ai lavori Pubblici Concetto La Bianca, dal Sindaco Roberto Visentin al Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo, la più convinta sostenitrice di questa e di altre iniziative inutili e dannose per le tasche pubbliche.
Una gerarchia di sostenitori e responsabili che non poteva non accorgersi della mancata o errata esecuzione di tutte le opere appaltate. Dov’era ciascuno di questi quando si eseguivano più bonifiche che piantumazioni, o quando le pietre venivano caricate per portarle in discarica? E perché di fronte all’evidenza di un progetto fallito il Sindaco e l’assessore continuavano a difendere la regolarità dei lavori eseguiti e a trovare mille giustificazioni alle varie contestazioni che gli piovevano da tutti i lati, in primis da Natura Sicula?
È a queste domande che il processo dovrebbe fornire delle risposte. Ma visti i soggetti che sono stati rinviati a giudizio, non mi pare che il problema verrà affrontato nella sua totalità. È come se si volesse ottenere una visione di insieme guardando dal buco della serratura.
La prima udienza del processo è fissata per l’11 giugno prossimo e si terrà al cospetto del giudice monocratico del tribunale di Siracusa.


Fabio Morreale

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