Monumenti, coste, paesaggi e beni naturali fagocitati da costruzioni realizzate nella provincia di Siracusa in assenza di Piano Paesaggistico.
Priolo (SR). Col cemento, a Megara iblea hanno coperto le necropoli, a Thapsos il villaggio. Eccovi due esempi, solo due tra tanti, di quello che ha fatto l’industria siracusana al patrimonio di tutti, alla bellezza, alle vestigie del nostro passato. Esempi di come la natura, il paesaggio, la cultura e i siti archeologici della zona settentrionale siracusana siano stati massacrati in nome del profitto.
Di Megara mi sono già occupato in un altro articolo, adesso vi parlo dell’amaro destino riservato a Thapsos.
Quest’ultimo è un importantissimo villaggio del Bronzo medio (1450-1270 a.C.) sviluppatosi nella penisola di Magnisi. La felice posizione geografica della penisola, collegata da un istmo e con una lunga spiaggia riparata dal vento, ne ha fatto un porto naturale in cui, 3500 anni fa, si è insediata una comunità che ha avviato per la prima volta una intensa rete di traffici commerciali col Mediterraneo, in particolare da e per l’Egeo (Micene e Cipro in particolare) e Malta. Anticamente la penisola era chiamata dalla gente “isola” in quanto, nelle giornate di alta marea, l’acqua sommergeva la stretta lingua di terra, unendo i due golfi e isolando il promontorio. Thapsos è anche il sito eponimo di una cultura che si sviluppò in tutta la Sicilia sud orientale (Plemmirio, Ortigia, Matrenza, Cozzo Pantano, Cozzo Monaco, ecc.). Del sito preistorico rimangono le necropoli, il villaggio e parte della cinta muraria. Le prime indagini archeologiche si devono al Cavallari (1880) e all’Orsi (1884), ma limitatamente alle necropoli. Solo lo scavo condotto all’inizio degli anni 60 da Bernabò Brea fece scoprire l’esistenza e l’ubicazione del villaggio nell’area prossima all’istmo.

L’ecomostro costruito sopra una parte dell’abitato preistorico. Le basse coperture che proteggono i resti del villaggio preistorico “finiscono” laddove cominciano gli edifici in cemento armato della ESPESI.
Peccato però che Bernabò Brea arrivò qualche anno dopo che la ESPESI (EStrazioni PEtrolifere SIciliane), su parte dello stesso istmo, edificò un complesso industriale composto da alcuni capannoni e da alcuni edifici adibiti a uffici, distruggendo la parte meridionale del villaggio. L’archeologo genovese, e a seguire il Voza, durante le campagne di scavo dovettero prendere atto che parte del villaggio era sepolto sotto gli edifici della ESPESI. L’industria era un’impresa bolognese a capitale privato che occupava circa 100 operai nell’estrazione del bromo dall’acqua marina. Si insediò a Thapsos nel 1958, negli anni in cui le raffinerie, in primis quella del famoso cavalier Moratti (quello dell’Inter, per capirci), avevano cominciato a distruggere le bellezze costiere di Augusta, Melilli e Priolo. In quegli anni Thapsos si venne a trovare nel cuore di questa nuova zona industriale, tra cemento, acciaio e petrolio. Tra fumi, miasmi e ciminiere. Oltre al sito archeologico venne fagocitato l’intero borgo di Marina di Melilli (900 abitanti), evacuato con la forza e raso al suolo per far posto all’avanzante crescita del polo industriale.
L’ecomostro della ESPESI quindi fu costruito sopra una fetta dell’abitato preistorico. L’osservatore attento riesce a comprendere bene qual è l’area del villaggio irrimediabilmente perduta: è proprio quella in cui la sequenza dei capanni del villaggio protourbano si interrompe bruscamente per lasciare il posto agli edifici industriali.

La sequenza di capanni del villaggio protourbano (in alto) si interrompe bruscamente laddove cominciano gli edifici industriali (in basso).
La fabbrica di bromo durò quasi un ventennio (fu chiusa negli anni 70 per dissesto finanziario), ma la perdita del capitale archeologico è per sempre.
Oggi la Penisola Magnisi si presenta come una estesa radura il cui istmo è occupato a destra dal peggior biglietto di visita, un ecomostro di lamiera e cemento, e a sinistra da un’area di 20.000 mq inquinata da ceneri di pirite e inerti, sequestrata nel 2012 e in perenne attesa di bonifica.
L’amministrazione comunale di Priolo Gargallo, divenuta nel frattempo proprietaria della ex fabbrica, vuole ristrutturare l’ecomostro per destinarlo a Centro di ricerca e studi dell’ambiente marino e costiero siracusano, oppure a centro visite e foresteria della vicina riserva naturale “Saline di Priolo”. Qualsiasi progetto di recupero, se non avverrà contestualmente alla bonifica e alla riqualificazione di tutto il contesto della penisola e del borgo fantasma di Marina di Melilli, sarà solo spreco di denaro pubblico. Tra cumuli di pirite, discariche di rifiuti pericolosi, miasmi, tubi ferrosi per il trasporto di petrolio, un’area di stoccaggio di idrocarburi e un pontile per le petroliere che per errore sversò in mare 150 metri cubi di greggio e inquinò tutti i terreni circostanti, si creerebbe l’ennesima cattedrale nel deserto col solo scopo di fare arrivare una pioggia di soldi pubblici.

La stampa di allora favorevole agli insediamenti industriali in area archeologica (La Voce 10/07/1971)

