Il sito archeologico del Petraro mozzato dalle “pirrere”

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Monumenti, coste, paesaggi e beni naturali fagocitati da costruzioni realizzate nella provincia di Siracusa in assenza di Piano Paesaggistico.

Melilli (SR). Il patrimonio archeologico del Petraro, posto nella frazione di Villasmundo, non è solo quello che vediamo oggi. In origine era più vasto. Più estesa era la necropoli preistorica, facilmente accessibile era il complesso di abitazioni rupestri. Negli ultimi 50 anni il sito ha subito gravi contrazioni (sarebbe meglio dire distruzioni), sia abusivamente che “a norma di legge”. Il Distretto minerario di Catania, facente capo al Corpo regionale delle miniere dell’Assessorato regionale all’Industria, col parere favorevole della Soprintendenza di Siracusa, ha rilasciato numerose autorizzazioni per consentire l’estrazione della roccia. A queste se ne sono aggiunte altre sorte abusivamente. Le cosiddette “pirrere” per lunghi decenni hanno tagliato la bianca roccia calcarea per ottenere materiale lapideo (ghiaia, blocchi, sabbia, ecc.) da costruzione. Oltre a infliggere profonde ferite al territorio circostante, che si presenta con una serie di innumerevoli voragini, le profonde cave si sono estese fino a invadere la necropoli dell’area archeologica e il villaggio rupestre della Timpa ddieri.

Oltre dieci anni fa – scrive l’archeologa Rosa Lanteri (Carta Archeologica allegata ad “Augusta e il suo territorio” Distretto Scolastico 58, Maimone 1997 p. 45) – era stata notata una costruzione megalitica, costituita da due blocchi verticali di calcare posati sul terreno che sostenevano una lastra piana. Il dolmen è stato distrutto e non resta che la foto pubblicata nel 1983”.

dolmen al petraro

Ma cos’ha di così tanto importante questo sito? Il Petraro non è solo un’assolata e piatta pietraia (come suggerisce il nome) in cima al lato sinistro della Valle del Mulinello. Non sono solo “quattru petri”, come si direbbe in siciliano. Esso è una importantissima area archeologica. Da qui sono passati studiosi come Houel, Holm, Orsi, Strazzulla, Shubring, Cavallari, Bernabò Brea, Russo e Voza. Quest’ultimo vi fece una campagna di scavo nel 1965. Al Petraro si trovano tracce architettoniche e ceramiche del Neolitico (6000 anni prima di Cristo), i resti di un villaggio dell’Età del Bronzo Antico (2300-1450 a.C.), con l’area sacrificale, i fori di palo dei capanni, le torri semicircolari e la cortina muraria. C’è anche la relativa necropoli di tombe a grotticella artificiale appartenente alla cultura di Castelluccio. Il villaggio si affaccia sullo strapiombo di un’ansa del fiume Mulinello, la cosiddetta Timpa ddieri, nella quale si aprono decine di abitazioni rupestri, presumibilmente di periodo arabo, distribuite su più piani e collegate da impervi camminamenti e da scalinate intagliate nella roccia. La necropoli è ricavata a sud del villaggio, nella parte più alta della parete calcarea, ove la presenza di alcuni gradoni permetteva l’escavazione della roccia per ricavare buche sepolcrali.

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A fronte di tanto patrimonio è normale che l’area archeologica e i terreni viciniori venissero blindati e difesi da eventuali speculazioni. Considerato che il sito preistorico venne scoperto nel 1959 viene spontaneo pensare che il primo vincolo arrivò poco dopo. Ma non è così. Purtroppo passarono più di 30 anni prima che nascesse la prima norma a tutela del sito. Solo nel 1991 la Regione Siciliana firmò il decreto di vincolo dichiarando l’area “di importante interesse archeologico ai sensi della legge 1.6.1939 n. 1089”. Peccato però che questo provvedimento arrivò otto anni dopo che la Soprintendenza di Siracusa aveva rilasciato pareri favorevoli ai lavori di estrazione nelle cave contigue al Petraro e alla Timpa ddieri, autorizzazioni date rispettivamente il 3 giugno e il 5 settembre del 1983.
Chi conosce questi luoghi non ha dubbi: le cave sono state autorizzate con estrema leggerezza e arrogante spregiudicatezza. Hanno trasformato il territorio in una groviera, accerchiato e invaso il sito preistorico, e reso inquietante la strada interpoderale che adduce all’area archeologica. In più le cave rappresentano una minaccia alla salute degli abitanti della zona per il continuo tentativo di venderle a chi intende realizzarvi discariche. Nel novembre del 1990 l’area del Petraro è stata dichiarata “ad elevato rischio di crisi ambientale” ai sensi della legge 349/86.

petraro e cave titoli
Tra le cave, quella contigua all’area archeologica è una enorme voragine che si estende fino alla parete rocciosa in cui insiste la necropoli, sacrificando parte di una fila di tombe la cui continuità si interrompe improvvisamente laddove inizia la voragine creata con l’uso massiccio di esplosivi. Come se non bastasse, l’estrazione di pietra e l’uso di esplosivi ha progressivamente distrutto la Timpa, alta circa 100 m, e interrato l’ingresso al cunicolo che portava agevolmente all’insediamento rupestre.
In una cava distante appena 500 m dal sito archeologico, per due volte una ditta ha tentato di costruire una discarica di rifiuti industriali; la prima volta nel 1999 (decreto annullato nel 2001), la seconda volta nel 2012 (decreto annullato da ripetuti incendi spontanei di materiali non inerti con i quali era stata costruita la vasca che avrebbe dovuto contenere i rifiuti). Determinante fu la denuncia presentata da Legambiente alla Procura per danno temuto.
Dal racconto di tutti questi danni è chiaro che l’attività estrattiva e il tentativo di trasformare le cave dismesse in discariche sono il principale nemico del sito archeologico, della natura e del paesaggio. Oggi le cave lapidee hanno cessato le loro attività ma nessuna bonifica o rinaturalizzazione è stata avviata per compensare gli ecosistemi distrutti e restituire il godimento alla dimensione pubblica. Se non si arresta definitivamente questo processo malsano, i proprietari delle cave e delle discariche passeranno alla storia per aver demolito definitivamente otto mila anni di segni dell’uomo. E una natura straordinaria.

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Non tutto è perduto. È possibile trasformare il problema in opportunità. L’appello è rivolto all’assessorato regionale all’Industria, ai responsabili del Corpo regionale delle miniere e del Distretto minerario di Catania, alla Soprintendenza di Siracusa. Le cave dismesse si possono recuperare attraverso una rinaturalizzazione adeguata e mirata, come è stato fatto a Siracusa per le antiche latomie. La finalità dell’intervento è che si instauri quel lentissimo processo naturale di evoluzione verso la climax senza la necessità di azioni successive. Le azioni dell’uomo devono avere il solo scopo di accelerare i tempi di naturalizzazione del sito dismesso: infatti la natura da sola riuscirebbe a mitigare quella ferita prodotta dall’intervento estrattivo, ma con tempi molto lunghi se rapportati ai tempi biologici dell’uomo. L’unico problema da superare è che la rinaturalizzazione bisogna volerla, che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentir e di chi lavora in questi enti tirando a campare.

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