L’ingresso dei cani nelle aree protette è una condanna a morte per la fauna

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PALERMO – L’Assessorato regionale al Territorio e Ambiente abdica al proprio ruolo di custode della biodiversità. Con il recente decreto DA 317/gab. del 17/10/2025, firmato dall’Assessore Giusi Savarino, si autorizza l’accesso ai cani al guinzaglio in parchi e riserve naturali, ovunque sia consentita la fruizione umana. Una decisione che ci lascia sgomenti e che trasforma santuari di conservazione in aree di “passeggiata urbana”, ignorando i devastanti impatti ecologici che questa scelta comporta.

L’introduzione di cani, anche se tenuti al guinzaglio, rappresenta una minaccia letale per gli equilibri naturali. Non è necessaria l’aggressione fisica per causare un danno. Il cane è visto dalla fauna selvatica come un predatore apicale. La sua semplice presenza attiva risposte di stress cronico negli animali selvatici. Le tracce olfattive lasciate dai cani (urine e feci) permangono per giorni, creando zone di “esclusione” dove gli animali selvatici smettono di nutrirsi, riprodursi o curare la prole per paura di essere braccati. Il disturbo costante causa l’allontanamento sistematico delle specie verso aree meno idonee, portando al progressivo svuotamento biologico delle riserve.

Senza l’obbligo di museruola e con controlli spesso impossibili su territori vasti, il rischio di predazione diretta è altissimo. Immaginiamo già scene strazianti: a Cavagrande, il raro ed elegantissimo Colubro leopardino (eccellenza europea) che finisce tra i denti di un cane; nella Valle dell’Anapo, i nidi della Ballerina gialla distrutti e predati lungo le tante gallerie; a Vendicari, i pulcini di uccelli acquatici sterminati tra i salicorneti mentre cercano rifugio.

Il decreto tradisce platealmente la Legge 394/1991 e le leggi regionali 98/1981 e 14/1988, che vietano categoricamente ogni forma di disturbo alla fauna e l’introduzione di specie estranee che possano alterare l’equilibrio naturale. Le aree protette nascono per difendere la natura dall’impatto antropico, non per adattarsi ai desiderata della società urbana.

Le riserve non sono parchi cittadini. Sono gli ultimi avamposti di resistenza della vita selvatica. Consentire l’accesso ai cani significa anteporre il consenso elettorale e le pressioni populiste alla sopravvivenza delle specie protette.

Considerato che il decreto concede agli Enti Gestori la facoltà di stabilire deroghe motivate, rivolgiamo loro un appello accorato: esercitate la vostra autonomia per sbarrare la strada a questo scempio. Ricordate che il vostro mandato primario è la protezione della fauna, della flora e degli ecosistemi.

Non permettete che la ricerca di voti e il desiderio di accontentare una visione distorta del benessere animale cancellino decenni di sforzi per la conservazione del nostro patrimonio naturale. La natura non ha voce, ma i suoi silenzi dopo il passaggio dell’uomo (e del suo cane) saranno la prova del fallimento di questa politica.

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